Giovanni Menti: visita in cantina e degustazione tra biodinamica, territorio e tradizione

2026

Via Dottor Bruzzo, 24 – Gambellara (VI)

Ci sono esperienze in cantina che raccontano semplicemente come nasce un vino. E poi ci sono quelle che riescono a raccontare un modo di intendere la terra, il lavoro e il rapporto con la natura. La nostra visita da Giovanni Menti, a Gambellara, è stata proprio questo: un percorso alla scoperta di un’idea di viticoltura profondamente legata al territorio e alla volontà di lasciare che ogni vino possa esprimere, senza compromessi, il luogo da cui proviene.

La prima particolarità che colpisce arrivando è già legata alla storia.

La sede della cantina si trova infatti all’interno di una struttura risalente al 1553, una delle testimonianze più antiche del territorio di Gambellara e un edificio ancora oggi appartenente alla famiglia Menti. Entrare qui significa quindi varcare la soglia di un luogo che porta con sé secoli di storia, ma che allo stesso tempo continua a essere vissuto e trasformato dalla famiglia che lo abita e lo utilizza per il proprio lavoro.

Ed è proprio la storia della famiglia a fare da filo conduttore alla visita.

La realtà Giovanni Menti affonda infatti le proprie radici nella tradizione agricola di Gambellara e, generazione dopo generazione, ha costruito il proprio percorso mantenendo vivo il rapporto con la terra e con la Garganega, vitigno profondamente legato a questo territorio di origine vulcanica.

Oggi l’azienda è magistralmente seguita da Stefano Menti, figura centrale nel percorso di evoluzione della cantina.

Il suo obiettivo è chiaro: produrre vini che siano una sincera espressione del proprio terroir, senza compromessi, valorizzando al tempo stesso le risorse disponibili e ponendo al centro il rispetto dell’ambiente e della salute del consumatore.

Una filosofia che non è arrivata all’improvviso, ma è il risultato di anni di studio, sperimentazione e ricerca.

Stefano ha infatti intrapreso un percorso volto a trovare un modello agricolo capace di racchiudere i valori di sostenibilità e autenticità nei quali credeva. È così che si è avvicinato all’agricoltura biodinamica, introdotta concretamente in azienda a partire dal 2010. Nel 2011 è arrivata la certificazione BIO e, da allora, questo approccio è diventato una parte fondamentale dell’identità Menti.

Ma la cosa più interessante è che questa filosofia non rimane confinata alle parole.

Durante la visita abbiamo potuto vederla concretamente.

Una passeggiata tra i vigneti: tutto parte dalla terra

Il nostro percorso è iniziato proprio da dove tutto deve necessariamente iniziare: i vigneti.

Una bella passeggiata tra i filari ci ha permesso di entrare immediatamente in contatto con il territorio di Gambellara e con le caratteristiche dei terreni sui quali crescono le viti.

Qui il suolo di origine vulcanica rappresenta uno degli elementi distintivi del territorio. Rocce, minerali e caratteristiche pedoclimatiche contribuiscono a creare condizioni particolari per la coltivazione della Garganega, vitigno protagonista della tradizione vitivinicola locale.

Camminando tra le vigne, il racconto non si è limitato alle caratteristiche dei terreni.

Abbiamo scoperto come vengono coltivate le piante, come viene gestito il suolo e quanto sia importante mantenere vivo l’ecosistema del vigneto.

La filosofia biodinamica di Menti parte proprio da qui: non dominare la natura, ma collaborare con essa.

Il terreno viene considerato un organismo vivo e la sua fertilità viene preservata attraverso pratiche che puntano a mantenere la biodiversità e gli equilibri naturali. Tra queste rientra anche il sovescio, utilizzato per arricchire naturalmente il terreno attraverso le proprietà delle sementi piantate tra i filari.

E camminando tra le vigne si capisce quanto questa impostazione sia parte integrante dell’identità dell’azienda.

La qualità del vino, prima ancora di arrivare in cantina, nasce infatti dalla salute della vigna.

La Torre e il Picaio Vicentino: quando il tempo diventa ingrediente

Dai vigneti siamo passati a uno degli ambienti più suggestivi dell’intera visita: la Torre dell’appassimento.

Un luogo che, già dal punto di vista architettonico, riesce a lasciare il segno.

Qui viene utilizzato un antico metodo di appassimento tipico della tradizione locale: il Picaio Vicentino, una tecnica che Menti porta avanti da quattro generazioni.

La visita alla torre è stata probabilmente uno dei momenti più affascinanti del percorso.

Salendo verso i piani superiori ci siamo trovati davanti a un’immagine quasi sospesa nel tempo: migliaia di grappoli di Garganega appesi verticalmente alle travi, lasciati ad appassire naturalmente.

Ogni anno vengono appesi uno a uno circa 10.500 kg di grappoli, che rimangono all’interno della torre per un periodo variabile indicativamente tra i quattro e i sei mesi, a seconda dell’andamento della stagione.

È una tecnica tanto antica quanto affascinante.

I grappoli vengono selezionati con estrema attenzione già durante la vendemmia, scegliendo soltanto quelli che presentano le caratteristiche necessarie per affrontare correttamente un appassimento così lungo. Vengono poi intrecciati manualmente e appesi alle travi, lasciando che il tempo, l’aria e le condizioni naturali facciano il loro lavoro.

La disposizione verticale non è casuale.

Permette infatti ai grappoli di non entrare in contatto con superfici, riducendo l’umidità e favorendo un’asciugatura naturale. La ventilazione della torre contribuisce ulteriormente al processo.

Entrare nella torre significa quindi assistere a qualcosa che oggi, nell’epoca della tecnologia e della velocità, appare quasi sorprendente.

Qui il vino viene ancora affidato al tempo.

E proprio in questo ambiente abbiamo avuto modo di comprendere quanto la tradizione possa convivere con una visione estremamente moderna della viticoltura.

La torre, inoltre, non è soltanto il luogo dell’appassimento: al piano interrato si trova anche una parte della bottaia, dove vengono conservate vecchie annate e dove affinano alcune produzioni, come Albina, all’interno di barrique di rovere francese.

Dalla produzione al caveau delle annate

Il percorso è poi proseguito nella zona di produzione, dove abbiamo potuto conoscere più da vicino le fasi che trasformano l’uva in vino.

Anche qui la filosofia di Stefano Menti torna protagonista.

L’obiettivo è accompagnare il vino, non stravolgerlo.

La cantina diventa quindi il luogo nel quale il lavoro iniziato in vigna prosegue cercando di preservare l’identità delle uve e del territorio.

La visita ci ha portato infine in un piccolo e affascinante caveau delle annate, uno spazio in cui il tempo assume ancora una volta un ruolo centrale.

Bottiglie che hanno attraversato gli anni, custodite come testimonianza dell’evoluzione dei vini e della storia della cantina.

È stato uno di quei momenti nei quali ci si rende conto che una bottiglia non è soltanto qualcosa da aprire e bere.

È anche memoria.

È una fotografia di una vendemmia.

È la testimonianza di un’annata, di un territorio e di un determinato momento della storia di una famiglia.

La nuova sala degustazione

Terminata la visita, il nostro percorso ci ha condotti nella nuovissima sala degustazione.

Ed è qui che tutto ciò che avevamo appena visto ha trovato finalmente una sua interpretazione nel bicchiere.

La degustazione è stata un viaggio attraverso alcune delle etichette più rappresentative della produzione Giovanni Menti, permettendoci di confrontarci con vini molto diversi tra loro, ma accomunati da una filosofia precisa.

Abbiamo iniziato con il Paiele, un vino vivace e dinamico, capace di introdurre perfettamente il percorso degustativo e di mettere in evidenza quella componente minerale e territoriale che caratterizza la produzione Menti.

Siamo poi passati al Roncaie, un vino dalla personalità più intensa, nel quale emerge una bella complessità aromatica accompagnata da struttura e profondità.

Il percorso è proseguito con Riva Arsiglia, espressione capace di raccontare con grande precisione il rapporto tra uva e territorio. Un vino interessante per la sua tensione e per quella componente minerale che accompagna il sorso.

Abbiamo poi assaggiato il Monte del Cuca, un’altra interpretazione fortemente legata al territorio. Un vino profondo, strutturato e capace di evolvere nel bicchiere, invitando a soffermarsi sulle sue diverse sfumature.

Con Albina siamo entrati invece nel mondo dei vini passiti. Un’espressione che nasce dalla particolare cura riservata alle uve destinate all’appassimento e che dimostra quanto la Garganega possa offrire interpretazioni estremamente diverse a seconda della tecnica e del percorso produttivo.

A chiudere la degustazione è stato Vin de Granaro, probabilmente uno dei vini più particolari e sorprendenti dell’intero percorso.

Il suo carattere è strettamente legato alla tradizione dell’appassimento e a un affinamento molto lungo. Nella stessa Torre del Picaio Vicentino vengono infatti utilizzati antichi caratelli artigianali di rovere non tostato destinati alla fermentazione e all’affinamento di questo vino, che può evolvere per anni seguendo il naturale susseguirsi delle stagioni.

Un finale perfetto per una degustazione che, calice dopo calice, ci ha permesso di comprendere quanto possa essere ampia la lettura di un territorio.

Sei vini, una filosofia

Paiele, Roncaie, Riva Arsiglia, Monte del Cuca, Albina e Vin de Granaro.

Sei vini differenti.

Sei modi diversi di raccontare la terra.

Ma una sola filosofia alla base.

Quella di Stefano Menti, che negli anni ha scelto di perseguire una viticoltura sempre più rispettosa dell’ambiente, della biodiversità e della salute, cercando di produrre vini capaci di essere una vera espressione del proprio terroir.

È proprio questo il filo rosso che abbiamo ritrovato durante tutta la visita.

Dalla passeggiata tra i vigneti alla Torre del Picaio Vicentino.

Dalla produzione al caveau.

Fino alla degustazione.

Ogni ambiente racconta una parte della stessa storia.

Un’esperienza che va oltre la degustazione

La visita da Giovanni Menti ci ha lasciato soprattutto una sensazione: quella di aver incontrato una realtà che non ha scelto la strada più semplice, ma quella in cui crede.

Una cantina nella quale tradizione e innovazione non sono opposti, ma due elementi che possono convivere.

Da una parte una struttura storica risalente al 1553, una torre antica, una tecnica di appassimento tramandata da generazioni e un vitigno profondamente radicato nella storia di Gambellara.

Dall’altra una filosofia agricola contemporanea, la ricerca, la biodinamica e una continua volontà di sperimentare.

E in mezzo c’è il vino.

Quel vino che alla fine riesce a mettere insieme tutto.

La terra vulcanica.

Il lavoro dell’uomo.

Il tempo.

La natura.

La storia di una famiglia.

E la visione di Stefano Menti.

È questo che rende la visita particolarmente interessante: non ci si limita a vedere una cantina e a degustarne i vini, ma si ha la possibilità di comprendere perché quei vini siano fatti proprio in quel modo.

Quando siamo usciti dalla nuova sala degustazione avevamo quindi qualcosa in più rispetto a quando eravamo arrivati.

Non soltanto il ricordo di sei calici.

Ma la consapevolezza di aver conosciuto una filosofia.

Quella di chi crede che per fare un grande vino sia necessario, prima di tutto, avere rispetto della terra che lo rende possibile.