Pieropan: un viaggio nel cuore del Soave, tra territorio, architettura e vini senza tempo
2026
Via Giacomo Matteotti, snc – 37038 Soave (VR)
Arrivare alla Cantina Leonildo Pieropan significa avere la sensazione che la collina abbia deciso di custodire al proprio interno qualcosa di prezioso.
Dall’esterno la cantina quasi scompare nel paesaggio. La facciata sinuosa, rivestita in pietra di Vicenza, segue il profilo della collina e sembra appartenere a questo luogo da sempre. Non c’è nulla di invasivo, nulla che cerchi di dominare il territorio: l’architettura si mette al servizio del paesaggio e, proprio per questo, riesce a diventare straordinaria. La nuova cantina, completamente ipogea e interrata sotto la collina ad eccezione del fronte, nasce infatti con l’obiettivo di integrarsi pienamente nell’ambiente che la circonda.
Ma è entrando che si comprende davvero la sua unicità. Quello che da fuori appare discreto si trasforma in un universo fatto di luce, pietra, cemento, legno, silenzio e geometrie. Un luogo contemporaneo e allo stesso tempo profondamente radicato nella storia di una famiglia che da oltre 140 anni ha scelto di raccontare il Soave attraverso i suoi vigneti. La nostra esperienza da Pieropan è stata proprio questo: un viaggio dentro una cantina, ma soprattutto dentro una storia.
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Una storia lunga oltre 140 anni
Pieropan nasce nel 1880, nel cuore del Soave Classico. Da allora quattro generazioni hanno accompagnato la crescita dell’azienda, attraversando epoche profondamente diverse e mantenendo però sempre la stessa convinzione: il vino deve essere prima di tutto espressione del luogo da cui nasce. Una filosofia che trova una figura fondamentale in Leonildo Pieropan, conosciuto da tutti come “Nino”. È lui, tra gli anni Settanta e Ottanta, a contribuire in maniera determinante alla rinascita qualitativa del Soave. È lui a comprendere che per dare un’identità forte a questo territorio bisogna partire dalle sue differenze, dai suoi suoli, dalle sue vigne. Nel 1971 nasce così Calvarino, il primo grande cru della famiglia, mentre nel 1978 arriva La Rocca. Due vini diventati simboli del Soave Classico e, soprattutto, due interpretazioni diverse e complementari del territorio. Oggi i tre principali vini bianchi della famiglia sono tutti Soave Classico. Due sono cru, Calvarino e La Rocca: tre diverse espressioni della stessa denominazione e dello stesso territorio, capaci però di raccontarlo attraverso prospettive differenti. È una filosofia che abbiamo avuto la possibilità di comprendere davvero durante la degustazione.
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La visita trasformata in un racconto
A seguirci durante tutta l’esperienza è stata Greta, responsabile marketing dell’azienda. Bravissima e preparatissima, ci ha accompagnato attraverso gli spazi della cantina con un racconto capace di alternare storia, tecnica, aneddoti e curiosità. Ma soprattutto con la capacità di farci comprendere il senso delle scelte che stanno dietro a ogni ambiente. Perché la Cantina Leonildo Pieropan non è stata pensata come una semplice struttura produttiva. È stata concepita come un vero e proprio strumento di lavoro, nel quale ogni spazio è in relazione con le diverse fasi della produzione. Ma contemporaneamente è diventata anche un luogo da vivere e da scoprire, nel quale architettura, vino e paesaggio dialogano continuamente. E Greta è riuscita proprio in questo: accompagnarci dentro quel dialogo.
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Una cantina che sorprende dall’interno
La visita agli interni è forse uno dei momenti che più ci ha colpito. La Cantina Leonildo Pieropan è una struttura ipogea di circa 8.000 metri quadrati, inaugurata nel 2022 e progettata per integrarsi nel paesaggio collinare del Soave. Una scelta architettonica che ha ricevuto importanti riconoscimenti internazionali e che nasce da una precisa volontà: costruire una cantina capace di dialogare con la collina anziché sovrapporsi ad essa.
E il risultato è sorprendente.
La cantina è enorme, ma non dà mai la sensazione di essere fredda o impersonale. Al contrario, ogni ambiente è studiato per creare una precisa atmosfera. Pietra, cemento e legno diventano elementi narrativi. La luce non serve soltanto a illuminare, ma accompagna il percorso e modifica la percezione degli spazi. Si cammina attraverso ambienti nei quali il lavoro quotidiano della cantina si fonde con una vera e propria esperienza sensoriale. Uno degli spazi che più ci ha affascinato è la sala di affinamento, dove i grandi tulip in cemento diventano quasi elementi scultorei. Qui il vino riposa in un ambiente essenziale, silenzioso, dove il cemento assume una dimensione completamente diversa da quella che siamo abituati ad associare a un materiale industriale.
Poi si entra nella barricaia. E qui l’atmosfera cambia ancora. I giochi di luce, le botti e le frasi evocative disseminate lungo il percorso trasformano quello che potrebbe essere semplicemente un ambiente di affinamento in un luogo quasi teatrale. La luce accarezza le botti. Le parole accompagnano il visitatore. Il silenzio fa il resto. È difficile non fermarsi qualche istante in più. Perché in quella penombra si percepisce concretamente il concetto di tempo che Pieropan porta avanti da anni: un vino importante non ha fretta. Deve avere la possibilità di evolvere, di cambiare, di acquisire complessità. Ed è proprio qui che architettura e vino sembrano raccontare la stessa storia.
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Il Pinot Iskra e l’idea di un futuro diverso
Il nostro percorso nel mondo Pieropan è iniziato dal Pinot Iskra 2023, un vino che rappresenta forse meglio di altri la capacità dell’azienda di guardare avanti senza perdere il legame con la terra.
Iskra nasce da una varietà PIWI, resistente alle principali malattie fungine, che consente di ridurre al minimo i trattamenti in vigneto. Ma non è soltanto la tecnica a renderlo interessante. È il suo carattere. Un vino dal profilo nuovo, vivace e sapido, nel quale emergono richiami mediterranei di timo, anice stellato e camomilla, accompagnati da delicati accenni di bergamotto. Anche l’etichetta racconta qualcosa. Raffigura infatti la facciata della nuova Cantina Leonildo Pieropan, diventando quasi un piccolo souvenir di quell’architettura che avevamo appena attraversato. Un’immagine che diventa simbolo di una doppia visione: custodire ciò che esiste e, contemporaneamente, immaginare un futuro più sostenibile e innovativo. Anche il Pinot Iskra, quindi, non è soltanto un vino. È un progetto. È un’idea. È uno sguardo rivolto in avanti.
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Calvarino e La Rocca: due volti dello stesso territorio
Poi è arrivato il momento di entrare nel cuore della filosofia Pieropan. Calvarino 2024. E La Rocca 2024. Due Soave Classico. Due cru. Due vigneti. Due matrici geologiche.
Da una parte i suoli vulcanici di Calvarino, dall’altra la matrice calcareo-argillosa de La Rocca. La differenza nasce quindi molto prima della cantina: nasce sotto i nostri piedi.
Calvarino è un blend di Garganega e Trebbiano di Soave, affinato in cemento. Una scelta che permette di preservare gli aromi varietali e accompagnare il vino verso quella verticalità, freschezza e impronta minerale che ne rappresentano l’identità.
La Rocca è invece Garganega in purezza, da vendemmia tardiva, con una parte delle uve interessata da botrite nobile. L’affinamento in legno esausto favorisce una lenta micro-ossigenazione e contribuisce a costruire rotondità, complessità ed evoluzione.
Due vini profondamente diversi.
Calvarino più fresco, verticale, minerale. La Rocca più ricca, matura, avvolgente. Ma nessuno dei due è “più” dell’altro. Perché il loro valore sta proprio nella capacità di raccontare due facce dello stesso territorio. Ed è stato proprio questo il senso della nostra degustazione: non semplicemente assaggiare due grandi vini, ma mettere a confronto due modi differenti di interpretare il Soave.
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Quando il tempo diventa vino
La parte forse più emozionante è arrivata subito dopo.
Abbiamo assaggiato il Calvarino 2015 e la La Rocca 2015. Ma non erano semplicemente due vecchie annate. Entrambi fanno parte della collezione “I Vini dell’Anima”, un progetto attraverso il quale Pieropan ha scelto di dare una forma concreta a una delle convinzioni più profonde della propria filosofia: il tempo può essere un ingrediente fondamentale nella costruzione di un grande vino bianco.
Sono vini pensati per maturare in cantina almeno dieci anni prima dell’imbottigliamento. E quando arrivano nel bicchiere, raccontano qualcosa che nessuna scheda tecnica può davvero spiegare.
Il confronto tra Calvarino 2024 e Calvarino 2015 è stato quasi un incontro tra due epoche. Lo stesso territorio, la stessa identità, ma una profondità completamente diversa. Il 2015 porta con sé il tempo. Lo stesso è accaduto con La Rocca. La Rocca 2024 e La Rocca 2015 hanno mostrato come la ricchezza della Garganega possa trasformarsi lentamente, acquistando complessità e profondità senza perdere la propria riconoscibilità. È qui che abbiamo capito davvero il senso della collezione “I Vini dell’Anima”. Non conservare semplicemente un vino. Lasciargli il tempo di diventare ciò che può essere.
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Ghes, “della terra”
A rendere ancora più particolare la degustazione è stato poi Ghes, uno spumante rosé ottenuto da Corvina di seconda fioritura.
Una scelta precisa, pensata per esaltare la freschezza e la giovinezza del frutto. È un vino che cambia registro rispetto ai grandi bianchi appena assaggiati, portando nel percorso una dimensione più vivace, immediata e contemporanea. Ma il suo nome racchiude un significato ancora più profondo. Ghes, parola greca che significa “della terra”, racconta il legame profondo tra il vino e il terreno che lo genera. E ancora una volta ritorna una delle parole chiave di tutta l’esperienza Pieropan: territorio. Anche quando il vino cambia forma, anche quando diventa uno spumante rosé, la terra rimane il punto di partenza.
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L’Amarone e l’altra anima di Pieropan
Con l’Amarone della Valpolicella Riserva 2020 il nostro viaggio ha cambiato paesaggio.
Dal Soave ci siamo spostati idealmente verso la Valpolicella, dove la famiglia Pieropan ha sviluppato un progetto dedicato ai vini rossi. L’Amarone nasce nella tenuta di Tregnago, Villa Cipolla Pieropan, un luogo che oggi ospita anche il Wine Relais della famiglia. È qui che avvengono l’appassimento delle uve, la vinificazione e il lungo affinamento in botte, che per l’Amarone si protrae per almeno quattro anni. Un percorso lungo, paziente, che ancora una volta mette il tempo al centro. È interessante pensare che la stessa famiglia capace di dedicare oltre dieci anni ai propri grandi bianchi abbia scelto, anche per l’Amarone, una strada fatta di lentezza e attesa. Perché cambiano il territorio, le uve e il vino. Ma non cambia l’idea di fondo. Lasciare che sia il tempo a fare la propria parte.
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Il Recioto: la memoria di una famiglia
A chiudere la degustazione è stato Le Colombare Recioto di Soave 2021.
E non poteva esserci finale più legato alla storia della famiglia. Il Recioto è infatti un vino che Pieropan produce fin dall’Ottocento, una tradizione alla quale la famiglia è profondamente legata. Ancora oggi le uve vengono sottoposte al tradizionale appassimento sui graticci di bambù, nella sede storica nel borgo di Soave. Qui i grappoli riposano per circa sei mesi, concentrando lentamente gli zuccheri e sviluppando anche la cosiddetta muffa nobile. Un metodo antico, che sopravvive all’interno di un’azienda capace di progettare una delle cantine più contemporanee del panorama vitivinicolo italiano. Ed è proprio questo contrasto a essere affascinante. Da una parte il cemento, il design, l’architettura ipogea, la ricerca sulle varietà PIWI. Dall’altra i graticci di bambù, l’appassimento naturale, una tradizione che appartiene alla famiglia da più di un secolo. Nel bicchiere, Le Colombare Recioto di Soave 2021 si è distinto per un equilibrio davvero raro tra dolcezza e avvolgenza, sostenuto da una componente fresca e balsamica che impedisce al vino di risultare mai pesante. Un ultimo calice che sa di memoria.
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Il futuro ha un cuore antico
Quando siamo usciti dalla Cantina Leonildo Pieropan, la sensazione è stata quella di aver visitato qualcosa che va oltre una semplice azienda vitivinicola.
Abbiamo attraversato una storia iniziata nel 1880. Abbiamo camminato dentro una collina. Abbiamo visto il vino riposare nel cemento e nel legno. Abbiamo osservato la luce entrare nella barricaia e incontrare parole che parlano di tempo, territorio e passione.
E poi abbiamo avuto la possibilità di sederci in una piccola sala affacciata sulle botti e assaggiare vini capaci di raccontare non soltanto il loro territorio, ma anche il passare degli anni. Calvarino e La Rocca ci hanno mostrato due volti diversi del Soave. Le annate 2015 ci hanno dimostrato che un grande bianco non ha necessariamente fretta di essere bevuto. Ghes ci ha ricordato che anche dalla Corvina può nascere una nuova idea di freschezza. L’Amarone ci ha portato in un altro territorio, mantenendo intatta la stessa attenzione per il tempo.
E il Recioto ci ha riportato indietro di oltre un secolo, là dove tutto è iniziato. Forse è proprio questa la vera forza di Pieropan. Non cercare di scegliere tra passato e futuro. Ma dimostrare che il futuro può nascere proprio dalla capacità di custodire ciò che abbiamo ricevuto.
La nuova cantina è la rappresentazione più evidente di questa filosofia: contemporanea, sostenibile, innovativa, ma completamente immersa nella collina. E dentro quella collina ci sono ancora le radici della famiglia. Ci sono i vigneti di Calvarino e La Rocca. Ci sono le vecchie annate. Ci sono i graticci del Recioto. Ci sono le botti dell’Amarone. Ci sono le idee di Leonildo. E ci sono Andrea e Dario, quarta generazione, a portare quella storia verso il futuro. Come amava ricordare Leonildo Pieropan:
“Il futuro ha un cuore antico”.
Dopo essere stati qui, quella frase assume un significato diverso. Perché a Pieropan il futuro non è qualcosa che deve ancora arrivare. È già dentro la collina. E aspetta soltanto il tempo giusto per essere raccontato.






















